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INTRO
New York negli anni ‘30 e ‘40, come l’abbiamo vista io e mio fratello Steven, era molto diversa da come si presenta a voi oggi.
In quei decenni cominciava a formarsi lo skyline che vedete oggi, fatto di grattacieli e palazzi, divenuti poi il simbolo della città. New York era già una città importante e si stava affermando come simbolo di ricchezza e fortuna in tutto il mondo, tanto che migliaia di persone vi sbarcavano ogni giorno alla ricerca di una possibilità.
Erano gli anni del sogno americano, gli anni della fine del proibizionismo e dell’inizio dello swing, della grande depressione e delle prime trasmissioni tv; gli anni in cui i Dodgers erano a Brooklyn e giocavano nell’Ebbest Field, quando a Central Park c’era uno splendido casinò e gli anni in cui fu eletto il primo sindaco italo- americano, LaGuardia.
Steven e io desideriamo farvi vedere New York com’era allora, facendovi percorrere le strade che erano solite accompagnare i nostri passi.

Soho
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SOHO
Immagino che di Soho sappiate già che era un quartiere totalmente diverso da quello che è attualmente: era una zona di lavoro, non di svago.
Soho è il punto di partenza perché è il luogo dove tutto ha avuto inizio grazie alle magiche atmosfere che si respiravano all’epoca e che in parte si respirano ancora.

Consiglio di percorrere tutte le strade di Soho da Canal Street alla Houston (mi raccomando, pronunciatela bene: “Auston”, non “Iuston” perché prende il nome da William Houstoun, non dalla città Houston) e dalla Varick a Lafayette Street. Fate attenzione agli immortali edifici in ghisa che sorgono lungo le vie... sono la cosa che più mi ha sempre affascinato... e pensare che negli anni ’60 li volevano demolire! A proposito di questo, sulle facciate di alcune case noterete l’acronimo A.I.R.: più tardi vi spiegherò il significato.

Per cominciare, partite dalla West Broadway all’angolo con la Prince e scendete; tra la Spring e Broome Street troverete sulla sinistra un negozio di sigari e attrezzi vari dove mi rifornivo spesso e volentieri. Non imitatemi!

Incrociata la Broome, svoltate a sinistra e guardate gli edifici di questa via: sulla destra, al numero 489, ce n’è uno in ghisa (provate ad indovinare quando è stato costruito?); appena più avanti, su entrambi i lati, splendidi edifici in mattoni rossi.
Continuate verso sud per la Wooster Street fino a raggiungere la Canal, che segna il confine di questo quartiere. Credo che questa sia, oggi come allora, una delle strade più caotiche e trafficate della città; è la strada che collega Brooklyn con il New Jersey ed è proprio qui che sarebbe dovuto passare il Lower Manhattan Expressway (o Lomex) che avrebbe alterato l’identità di Soho. Personalmente sono felice che il progetto sia caduto... preferisco sia rimasta la solita vecchia caotica Canal Street.

Ora proseguite verso Greene Street e girate verso nord dove potrete godere di uno dei più caratteristici scorci fatti di edifici in ghisa: dieci case tra cui Queen of Green Street (al numero 28-30) e King of Green Street (72-76) che, con i loro colori e l’intreccio delle scale antincendio, creano uno spettacolo irripetibile. Proseguite fino alla Houston, girate a destra e poi ancora a destra e troverete la via principale (almeno per noi) di New York, la Mercer Street. Scendendo appena sulla destra, vedrete un parcheggio, il posto in cui io e Steven ci rifugiavamo quando la polizia ci stava alle calcagna. La storia continua ancora sulla sinistra, tra Prince e Broome Street, dove c’è l’edificio che ospitò, nei suoi magazzini abbandonati, la prima sede di The Mercer. Questa strada, insieme alla Crosby e alla Wooster e ad una parte della Howard, è una di quelle vie che mantengono intatta la pavimentazione originale definita “cobblestone” che caratterizzava, al tempo, tutto il quartiere.

Fermatevi per una sosta in uno dei bar della via prima di raggiungere Grand Street, girate a sinistra e prendete la Brodway, la famosa strada che taglia tutta Manhattan, la più importante di Soho.

Se proseguite verso nord fino all’incrocio con la Broome, all’angolo potrete vedere l’edificio in ghisa più vecchio e meglio conservato dell’intera New York, l’Haughwout Building. Una curiosità per voi: qui venne installato il primo ascensore della città da Elisha Otis.
Al 561 di Brodway sorge il Little Singer Building, per me uno degli edifici più belli in assoluto, che con le sue finestre ha fatto da precursore di tutti i grattacieli costruiti negli anni ’50. Il suo nome prende spunto da quello di un altro grande edificio demolito alla fine degli anni ’60, il Singer Building.

Ma facciamo un passo indietro. Se avete prestato attenzione alle facciate di qualcuno di questi palazzi, dovreste aver colto la scritta A.I.R. a cui avevo accennato all’inizio di questa passeggiata.
Negli anni ’60, dopo che le fabbriche e i magazzini di Soho erano stati abbandonati, molti artisti affittarono o semplicemente occuparono i loft del quartiere, perfetti perché spaziosi, luminosi e a basso prezzo.
C’era infatti in ballo il progetto, negli anni ’50, di costruire una grande Expressway che collegasse Brooklyn con il New Jersey e quindi la maggiorparte dei fabbricati sarebbe stata demolita. Dovete pensare che Soho era un quartiere industriale, non residenziale, e che gli artisti, a rigor di logica, non avrebbero potuto viverci. Fu per questo che gli artisti iniziarono a scrivere, sui muri dei palazzi, A.I.R. che significa Artist in Residence: un modo per segnalare la presenza di persone e quindi evitare la distruzione dell’edificio. Fu John V. Lindsay che nel 1966 pose fine alla lenta distruzione di Soho decidendo per l’annullamento del progetto della Lomex e per il salvataggio degli edifici in ghisa.
Adesso ci allontaniamo da Soho: quello che ho descritto è solo uno dei piccoli percorsi possibili. Il mio consiglio è quello di percorrere tutte le vie e di lasciarsi andare senza paura alla scoperta di questo quartiere che è bello e sorprendente in ogni suo angolo più nascosto.

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CENTRAL PARK
Senza Central Park, New York non sarebbe diventata quello che è. È un luogo magico che incanta e che sa far innamorare i turisti e gli stessi newyorkesi che, in cuor loro, ringraziano Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux per averlo progettato ed inaugurato nel lontano 1865.
È il luogo ideale dove rigenerarsi e ritrovare la calma perché la frenesia di New York è sicuramente piacevole ma lo è molto di più sapendo che, quando se ne ha bisogno, si possono fare due passi a Central Park.
Ci sono alcuni angoli che io amo particolarmente di questo immenso parco: ora ve li racconto. Seguitemi!
Entrate da Grand Army Plaza, prendete il primo sentiero a sinistra che porta verso il The Pond, il laghetto più a sud del parco: è a forma di virgola ed essendo più in basso rispetto al livello della strada riesce a ridurre al minimo il rumore del traffico e a creare un’oasi di incredibile silenzio. Il promontorio che si trova nel lago e che ai miei tempi si chiamava semplicemente “The Promontory” è stato chiuso nel 1934 per preservarne la fauna. Si diceva che ci vivessero anche castori e procioni ma sinceramente, pur essendo stato tentato più volte di andare a controllare, non ci sono mai andato...
Proseguendo verso nord, passate dietro l’Arsenale che, insieme alla Block House, è l’unico edificio che esisteva prima che nascesse il parco. A lato si trova il Central Park Zoo, uno dei luoghi preferiti dai bambini dell’intera città, io e Steven compresi. Nostro padre ci ha raccontato che fin dal 1860 venivano rinchiusi animali in cattività ma fu nel 1934 che Moses diede vita al vero e proprio zoo. Se avete tempo, vi consiglio di farci un giro.
Tornate indietro verso il centro del parco e raggiungete lo Shakespeare Garden dove troverete solo piante e fiori menzionati negli scritti del poeta inglese: questo è il punto di partenza della più bella passeggiata che si possa fare al parco. Ogni volta che passavamo di là non potevamo di sicuro evitare The Mall, il viale alberato frequentato dai nomi più illustri della New York del tempo. Godetevelo fino in fondo arrivando al Naumburg Bandshell dove ho ascoltato dei concerti jazz fantastici, come quello di Duke Ellington. Appena dietro il Rumsey Playfiled c’era il casinò di New York dove ho imparato le regole e le astuzie del poker, putroppo abbattuto nel 1934.
Continuando lungo il The Mall, costeggiato di olmi, arriverete sulla Bethesda Terrace, il cuore del parco, da dove si gode di una splendida vista su The Lake dove anche noi avevamo le nostre “gondole”. Quando venivo al parco da solo e in particolar modo quando avevo la fortuna di incontrare qualche musicista che suonava il sax nella zona della terrazza, mi rilassavo sulle rive del lago... che strano pensare di essere nel bel mezzo di una metropoli.
Tornando verso sud raggiungete Sheep Meadow dove, so che è difficile crederci, fino a metà degli anni ’30 pascolavano le pecore! Era anche il parco dove giocavamo a baseball prima che costruissero dei nuovi campi più a sud nel Heckscher Ballfields.
Continuando ancora in direzione sud potete raggiungere uno dei punti in assoluto più amati dai bambini di tutti i tempi: il Carousel. La giostra, fino agli inizi degli anni ’20, era fatta girare dalla forza motrice di un mulo e di un cavallo; la musica che sentite oggi è ancora quella originale.
Il resto del parco lo lascio a voi. Posti nuovi da scoprire ce ne sono sempre tanti, anche per chi è cresciuto a New York... buona passeggiata!

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Soho
green street

DOWNTOWN
Oltre a Soho, c’è un’altra zona di New York che sento molto vicina: è la cosiddetta Lower Manhattan. Mi è capitato spesso, soprattutto dopo che il sindaco aveva scoperto di noi e dei The Mercer, di prendere la Brodway da Soho e, attraversando Tribeca, arrivare al City Hall.

Da qui si può ammirare il ponte che porta a Brooklyn (il quartiere dove vive mio padre): l’abbiamo percorso moltissime volte, in particolare quando andavano a vedere i mitici Brooklyn Dodgers all’Ebbets Fieldd, prima che venissero trasferiti a Los Angeles... ma questa è tutta un’altra storia.

Mi piaceva fermarmi al parco antistante al City Hall e perdermi a guardare la straordinaria bellezza di quello che è indubbiamente il più bel grattacielo della città insieme al Chrysler Building. Il Woolworth Building, per me, è capace di esprimere al meglio l’anima della città: fino al 1929 è stato il più alto del mondo ma nel mio immaginario lo è ancora. Sognavo di riuscire ad affacciarmi un giorno da uno dei balconi là sopra, su quella corona dorata...

Scendendo fino a Trinity Church si gira a Wall Street, una delle vie più famose al mondo, dove sono passati gli uomini più ricchi e potenti della storia e dove il mio vecchio amava andare o dove, ogni tanto, doveva andare per affari. Mio padre si ricorda ancora del 16 settembre 1920 quando ci fu un attentato al 23 di Wall Street, per fortuna era in ritardo ad un appuntamento, e ricorda benissimo il crollo della borsa del 1929. Furono tempi duri per tutti.

Se tornate sulla Brodway e scendete verso sud, sulla destra incontrerete lo U.S. Post Office: quando venne costruito, nel 1921, era la sede della Canard Line, la più grande compagnia di transatlantici dell’epoca che acquisì la grande rivale White Star Line proprietaria del famoso e sfortunato Titanic.
Raggiungete il Battery Park, il mio preferito dopo il Central Park: si trova sulla punta più a sud di Manhattan dove venne fondata New Amsterdam dagli immigrati olandesi, il nucleo originario di New York. A parer mio questo è un punto magico, qui ci si rende davvero conto che New York è sul mare perché si viene travolti dal profumo inebriante dell’oceano.

Da Battery Park partono i traghetti che portano a Ellis Island, l’isoletta sulla quale, nel XIX secolo, venivano registrati i nomi degli immigrati: quasi tutti i newyorkesi hanno antenati passati di qui. Il castello che sorge all’interno del parco è stato, fino agli anni ’40, un bellissimo acquario.

SWING STREET
C’è una via a New York che oggi non ha nessun significato particolare ma che, per chi come noi ha vissuto gli anni in cui New York era la capitale del jazz, significa “the street that never sleeps”. A quel tempo, potevi prendere un taxi e chiedere semplicemente
all’autista che ti portasse a The Street e saresti arrivato su quel tratto di 52ª tra la Fifth e la Seventh Avenue, attraverso la storia vivente del jazz.

In quegli anni, infatti, i locali di Harem stavano perdendo la loro clientela a causa della crescente criminalità nella zona e si stavano spostando in quel tratto della 52ª dove, sorseggiando un Martini, si potevano ascoltare i più famosi musicisti jazz e swing fdell’epoca: Charlie Parker, Stan Getz, Lennie Tristano, Harry Belafonte, per citarne solo alcuni.

In quei locali era possibile consumare alcool anche durante il proibizionismo, magari in maniera illegale, e proprio per questo erano conosciuti come “speakeasy” perché l’acool, si sa, fa parlare in maniera più disinibita; per entrare era richiesta spesso una parola d’ordine. All’Onyx per esempio era “Sono della 802”, ad indicare l’appartenenza al sindacato dei musicisti la cui sede era appunto all’802.

Si passavano nottate intere passando da un locale all’altro: il Downbeat, il Jimmy Ryan’s, il Birdland, Three Deuces e molti altri. Alcune volte si aveva l’impressione che la band stesse suonando solo per te perché ci si ritrovava in compagnia di tre o quattro persone, magari Marilyn Monroe o Frank Sinistra.

Il jazz bastava a riempire i locali densi di fumo. Cominciai a conoscere i primi clienti i The Mercer proprio qui e il nostro nome iniziò a farsi strada proprio nell’ambiente del jazz, cosa che mi faceva molto piacere.
Da Swing Street trasmetteva Symphony Sid, uno dei primi disc jockey a dare spazio al jazz alla radio, che, proprio per questo, divenne molto famoso.
A cominciare dagli anni ’50 alcuni locali chiusero o si trasferirono al Greenwich Village e la cinquantaduesima perse la sua fama. Quegli anni rimarranno per sempre impressi nella storia della musica e New York rimarrà sempre al centro della scena jazz del mondo con la sua Swing Street.

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